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Appalti pubblici: conformità standard europeo per le fatture elettroniche

Recepita la normativa europea in materia di fatturazione elettronica negli appalti pubblici. A decorrere dal prossimo 16 aprile c.a., nell’esecuzione dei contratti con la PA, la fatturazione elettronica deve essere adempiuta in conformità alle regole tecniche dello standard europeo (Decreto Legislativo n. 148 del 2018).

A decorrere dal 18 aprile 2019 le fatture elettroniche emesse nell’ambito degli appalti pubblici devono rispettare le regole tecniche conformi allo standard europeo, secondo le disposizioni della Direttiva 2014/55/UE e della Decisione di esecuzione (UE) n. 2017/1870, che vanno ad integrare le regole tecniche previste dalla disciplina nazionale.
Le fatture elettroniche devono, altresì, rispettare la Core Invoice Usage Specification (CIUS) per il contesto nazionale italiano, il cui uso è previsto nello standard europeo EN 16931-1:2017.
Le definizione delle modalità applicative è affidata ad un successivo provvedimento da adottare a cura dell’Agenzia delle Entrate.
L’obbligo si applica in particolare nell’ambito dei contratti con le amministrazioni e gli enti definiti dal “Codice dei contratti pubblici”:
– “amministrazioni aggiudicatrici”: le amministrazioni dello Stato; gli enti pubblici territoriali; gli altri enti pubblici non economici; gli organismi di diritto pubblico; le associazioni, unioni, consorzi, comunque denominati, costituiti da detti soggetti;
– “autorità governative centrali”:, le amministrazioni aggiudicatrici rappresentate dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dai Ministeri e loro articolazioni territoriali, da CONSIP S.p.A. e dall’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata;
– “amministrazioni aggiudicatrici sub-centrali”: tutte le amministrazioni aggiudicatrici che non sono autorità governative centrali;

– “organismi di diritto pubblico”: qualsiasi organismo, anche in forma societaria, istituito per soddisfare specificatamente esigenze di interesse generale, aventi carattere non industriale o commerciale; dotato di personalità giuridica; la cui attività sia finanziata in modo maggioritario dallo Stato, dagli enti pubblici territoriali o da altri organismi di diritto pubblico oppure la cui gestione sia soggetta al controllo di questi ultimi oppure il cui organo d’amministrazione, di direzione o di vigilanza sia costituito da membri dei quali più della metà è designata dallo Stato, dagli enti pubblici territoriali o da altri organismi di diritto pubblico (ad esempio, ENAC, ENAV, ANAS S.p.A., Università statali, Enti culturali e di promozione artistica, Istituzioni pubbliche di assistenza e di beneficenza);
– “enti aggiudicatori”: amministrazioni aggiudicatrici o imprese pubbliche che svolgono una delle attività nei settori di pubblica utilità (ad esempio, elettricità, acqua, servizi di trasporto, gas ed energia termica, ecc.).
Tuttavia, per le amministrazioni aggiudicatrici sub-centrali l’obbligo decorre dal 18 aprile 2020.
Restano escluse dall’obbligo di applicazione dello standard europeo, peraltro, le fatture elettroniche emesse a seguito dell’esecuzione di contratti che rientrano nell’ambito di applicazione dei contratti pubblici relativi ai lavori, servizi e forniture nei settori della difesa e sicurezza, nel caso in cui l’aggiudicazione e l’esecuzione del contratto stesso siano dichiarate segrete o soggette a speciali misure di sicurezza.

Utilizzo della divisa aziendale al di fuori dell’ambiente di lavoro

Nel rapporto di lavoro subordinato il tempo necessario ad indossare la divisa aziendale rientra nell’orario di lavoro solo se è assoggettato al potere conformativo del datore di lavoro.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione pronunciandosi sul caso di alcuni lavoratori nei confronti dei quali era stata respinta la domanda proposta per la remunerazione del tempo, necessario ad indossare ed a dismettere la tuta di lavoro nonché a fare la doccia.
Secondo i giudici, non era stato dedotto il potere, anche indiretto, del datore di conformazione della prestazione accessoria nè era stata allegata la circostanza che i lavoratori medesimi fossero tenuti ad anticipare il loro arrivo nell’ambiente di lavoro ed ad utilizzare gli spogliatoi aziendali, potendo liberamente assolvere a tali attività preparatorie anche presso le rispettive abitazioni. Non era stata, poi, dedotta la circostanza che, per le caratteristiche delle tute di lavoro, delle scarpe e dei dispositivi di sicurezza, l’utilizzo degli indumenti al di fuori dell’ambiente di lavoro non fosse consono o adeguato, secondo un criterio di normalità sociale.
Dunque, nel rigettare il ricorso la Corte ha applicato il consolidato principio, secondo cui nel rapporto di lavoro subordinato il tempo necessario ad indossare la divisa aziendale rientra nell’orario di lavoro soltanto se è assoggettato al potere conformativo del datore di lavoro, ciò che può derivare o dalla esplicita disciplina di impresa o, implicitamente, dalla natura degli indumenti o dalla funzione che essi devono assolvere, tali da determinare un obbligo di indossare la divisa sul luogo di lavoro.
I ricorrenti non avevano provato di essere vincolati ad utilizzare gli spogliatoi aziendali ed ad anticipare il proprio arrivo nell’ambiente di lavoro, potendo liberamente assolvere a tali attività preparatorie anche presso le rispettive abitazioni. I mezzi di prova articolati, pertanto, vedevano su circostanze irrilevanti al decidere, perché non significative della eterodirezione.

IVA: aliquota ridotta per gli integratori

Le cessioni di questi prodotti sono soggette all’aliquota IVA ridotta al 10 per cento (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 18 gennaio 2019, n. 8).

Nell’istanza presentata all’Amministrazione finanziaria, la Società contribuente, con sede legale in un Paese dell’Unione europea, opera nella produzione e commercializzazione di integratori alimentari e altri prodotti. La distribuzione di detti beni avviene, attraverso il sito internet della Società, principalmente nei confronti di privati consumatori. Poiché l’istante ha effettuato vendite nei confronti di persone fisiche non soggetti passivi d’imposta nazionali oltre la soglia di euro 35.000, ha provveduto alla presentazione della documentazione necessaria per l’identificazione diretta ai fini IVA, ai sensi dell’articolo 35-ter del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, al fine di adempiere agli obblighi connessi alle predette vendite e altresì per regolarizzare la propria posizione fiscale in Italia. Per le cessioni oltre la predetta soglia, la Società è quindi tenuta a versare l’IVA in Italia e chiede di conoscere quale sia l’aliquota applicabile ai prodotti venduti nel territorio italiano.
Al riguardo l’istante espone che i prodotti oggetto del presente interpello sono degli integratori alimentari, composti da diversi ingredienti di origine naturale e superfood. In particolare, i prodotti finiti sono mix di questi ingredienti e si presentano o sotto forma di capsule, nel caso dei prodotti “XA” da assumere unitamente ad acqua, oppure sotto forma di preparato in polvere, nel caso dei prodotti “XC” ed “XD” da unire ad altre sostanze liquide (come latte parzialmente scremato ed oli vegetali) in modo da ottenere una bevanda.
Per il Fisco i prodotti in questione rientrino tra le “preparazioni alimentari non nominate né comprese altrove, esclusi gli sciroppi di qualsiasi natura”, la cui cessioni sono soggette all’aliquota IVA ridotta al 10 per cento.