Notifica dell’avviso di accertamento alla società di persone e non al socio

la Cassazione afferma che al socio di una società di persone non è necessario notificare l’avviso di accertamento emesso nei confronti della società, essendo sufficiente la notifica della cartella di pagamento. (CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 16 gennaio 2018, n. 800)

Nella fattispecie posta all’esame della Suprema Corte, l’Agenzia delle Entrate impugnava la sentenza della CTR del Lazio, relativa a una ripresa a tassazione per i maggiori redditi di partecipazione non dichiarati da parte di uno dei soci di una società di persone (in proporzione della quota), in particolare, mediante invio della sola cartella al socio accomandante, essendosi l’avviso d’accertamento consolidatosi in capo alla società di persone.
L’ufficio denuncia la violazione degli artt. 2304, 2313, e 2315, c.c., nonché degli artt. 12, 24, 25, 45 e 50 del DPR 602/73, in relazione all’art. 360 primo comma n. 3 c.p.c., in quanto, erroneamente, i giudici d’appello avrebbero ritenuto invalida la cartella, perché non preceduta dalla notifica del prodromico atto impositivo, anche nei confronti del socio accomandante destinatario della stessa. ll ricorso è fondato. Secondo la giurisprudenza di questa Corte è, infatti, consolidato il principio in virtù del quale al socio di una società di persone (responsabile solidalmente e illimitatamente dei debiti tributari della società, o, nel caso del socio accomandante di una società in accomandita semplice – come nella specie -, limitatamente alla quota conferita, ai sensi dell’art. 2313 cod. civ.) non è necessario notificare l’avviso di accertamento emesso nei confronti della società, essendo sufficiente la notifica della cartella di pagamento (o dell’avviso di mora), fermo restando, però, che il suo diritto di difesa è garantito dalla possibilità di contestare la pretesa originaria, impugnando insieme all’atto notificato anche quelli presupposti, la cui notificazione sia stata omessa o risulti irregolare.
I giudici d’appello si sono manifestamente discostati dal superiore principio. La sentenza va, pertanto, cassata e la causa va rinviata alla Commissione tributaria regionale del Lazio, affinché, alla luce dei principi sopra esposti, riesamini il merito della controversia.

Bonus musica anche per il 2018

Anche per il 2018, per gli studenti di musica viene riconosciuto un contributo per l’acquisto di uno strumento musicale nuovo, coerente con il corso di studi (art. 1, co. 643, L. n. 205/2017 – Legge di bilancio 2018).

Il contributo spetta agli studenti iscritti nei licei musicali e agli iscritti ai corsi preaccademici, ai corsi del precedente ordinamento e ai corsi di diploma di I e di II livello dei conservatori di musica, degli istituiti superiori di studi musicali e delle istituzioni di formazione musicale e coreutica autorizzate a rilasciare titoli di alta formazione artistica, musicale e coreutica.
Lo sconto è subordinato al regolare pagamento delle tasse e dei contributi dovuti per l’iscrizione, provato da un certificato d’iscrizione, non ripetibile per tale finalità, che lo studente deve richiedere al proprio istituto, da cui risulti il suo cognome, nome, codice fiscale, corso e anno d’iscrizione nonché lo strumento musicale coerente con il corso di studi.

Il suddetto certificato deve essere consegnato al rivenditore al momento dell’acquisto dello strumento che lo conserva fino al termine entro il quale l’Agenzia delle Entrate può esercitare attività di accertamento.
Lo sconto è concesso nel limite del 65% del prezzo finale dello strumento, comprensivo di IVA, e fino ad un massimo di € 2.500. È concesso per l’acquisto di un solo strumento musicale (anche in caso di acquisito di un singolo componente dello strumento), affine o complementare con il corso di studi, e viene applicato dal venditore sul prezzo di vendita e successivamente rimborsato sotto forma di credito d’imposta di pari importo, da utilizzare in compensazione ai sensi dell’art. 17, D.Lgs. n. 241/1997 nel modello f24, indicando il codice tributo 6865.

IRAP: tra i coniugi collaboratori c’è autonoma organizzazione

I coniugi che svolgono insieme la stessa professione sono soggetti ad IRAP (Corte di Cassazione – Ordinanza 18 gennaio 2018).

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del professionista-avvocato avverso la sentenza della CTR che lo aveva assoggettato ad IRAP per aver utilizzato in modo permanente altro professionista legale per l’espletamento dell’attività professionale, integrando così il requisito dell’autonoma organizzazione.
Recentemente le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno affermato che il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento è rimesso al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segreteria ovvero meramente esecutive.
Inoltre, la stessa Corte ha precisato che il presupposto dell’autonoma organizzazione” ricorre quando il professionista responsabile dell’organizzazione si avvalga, pur senza un formale rapporto di associazione, della collaborazione di un altro professionista (nella specie, del coniuge), stante il presumibile intento di giovarsi delle reciproche competenze, ovvero della sostituibilità nell’espletamento di alcune incombenze, sì da potersi ritenere che il reddito prodotto non sia frutto esclusivamente della professionalità di ciascun componente dello studio.
Nel caso di specie la CTR ha ritenuto integrato l’elemento dell’autonoma organizzazione in relazione alla contitolarità dello studio legale del contribuente con la sua coniuge, anche in assenza di prova circa il carattere associato dello studio professionale.
Ancorché la parte ricorrente abbia dedotto che la creazione di un’associazione professionale di fatto integrasse una mera supposizione, non risulta in alcun modo che il professionista abbia dimostrato l’irrilevanza di tale fattore rispetto alla sussistenza del requisito dell’autonoma organizzazione.
Né può revocarsi in dubbio che siffatto onere probatorio, incombendo sul contribuente, avrebbe dovuto sostanziarsi nella piena dimostrazione dell’assenza di rilevanza dell’attività del coniuge avvocato rispetto alla produzione di reddito e, conseguentemente, dell’assenza del requisito dell’autonoma organizzazione, invece indubbiamente conclamato dalla presenza, all’interno del medesimo studio, di un altro legale capace di rafforzare, attraverso le proprie competenze, l’offerta dell’altro collega con il quale opera in regime di contitolarità come ritenuto, con accertamento di fatto non sindacabile, dalla stessa CTR.