Responsabile anche il contribuente per l’infedeltà della dichiarazione

In caso di dichiarazione infedele da parte del commercialista, il contribuente è tenuto a pagare, oltre le imposte e gli interessi, anche le sanzioni se l’intermediario non sia stato oggetto di procedimento penale a seguito di denuncia del contribuente stesso (Corte di Cassazione – Sez. trib. – Ordinanza 04 ottobre 2018, n. 24307).

La Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate contro la decisione della CTR che in accoglimento dell’appello del contribuente ha annullato gli avvisi di accertamento impugnati in quanto – pur risultando pacifica l’omessa presentazione della dichiarazione – ha ritenuto che la delega a professionista di tutti gli incombenti fiscali (incluso il computo delle imposte, il versamento – avvenuto – dei tributi dovuti, la presentazione della dichiarazione, redatta ma non inviata per via telematica da parte del professionista stesso) da parte del contribuente ha posto questi in condizione di buona fede mandandolo esente da ogni responsabilità anche in punto sanzioni.
Per l’Amministrazione ricorrente il giudice ha ritenuto erroneamente che la mancata presentazione della dichiarazione non possa esser imputata al contribuente che in buona fede aveva affidato tal incarico al proprio professionista.
La Cassazione ribadisce che l’infedeltà dell’intermediario che, incaricato del pagamento dell’imposta e della trasmissione della dichiarazione dei redditi, ometta di provvedervi, quand’anche accertata in sede penale, non esonera il contribuente dal pagamento dell’imposta stessa, rimanendo non dovuti soltanto gli interessi e le sanzioni.
Nel caso di specie, poiché non si evince dalla sentenza impugnata che l’intermediario sia stato oggetto di procedimento penale a seguito di denuncia del contribuente, resta quindi il contribuente tenuto anche al pagamento delle sanzioni (non così ovviamente i suoi eredi, ai quali il carico sanzionatorio certamente non si trasmette ex lege).
Conseguentemente, ha errato la CTR nel ritenere che l’adempimento degli obblighi contabili prodromici alla presentazione della dichiarazione e i versamenti delle imposte, in assenza di regolare invio della dichiarazione per via telematica da parte dell’intermediario, e quindi una sostanziale dismissione dei suoi obblighi a favore dell’intermediano stesso, che poi non ha inviato la dichiarazione, possa mandare il medesimo assolto da ogni responsabilità relativamente agli obblighi di compilance sia quanto ai debito d’imposta, che l’Erario dovrà quindi accertare esercitando il potere di controllo, sia quanto al debito a titolo di sanzioni.

I chiarimenti del Fisco sul regime speciale per lavoratori impatriati

È applicabile il regime speciale per lavoratori impatriati al dipendente straniero assunto da società italiana e distaccato all’estero che rientra in Italia con attribuzione di un nuovo ruolo (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 23 ottobre 2018, n. 45)

Al fine di incentivare il trasferimento in Italia di lavoratori con alte qualificazioni e specializzazioni e favorire lo sviluppo tecnologico, scientifico e culturale del nostro paese, l’art. 16, del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147, ha introdotto il “regime speciale per i lavoratori impatriati”.
Verificandosi le condizioni richieste dalla norma, la disposizione prevede che i redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia concorrono alla formazione del reddito complessivo nella misura del 50 per cento. Trattasi di un’agevolazione temporanea, applicabile per un quinquennio a decorrere dal periodo di imposta in cui il lavoratore trasferisce la residenza fiscale in Italia, e per i quattro periodi di imposta successivi.
Quanto disposto non disciplina esplicitamente la posizione del soggetto distaccato all’estero che rientri in Italia; ciò a differenza di quanto previsto dall’art. 3, comma 4, della legge n. 238 del 2010, concernente il regime di favore per i c.d. “controesodati”, la quale escludeva espressamente dal beneficio ogni forma di distacco.
L’Agenzia delle entrate, tuttavia, ha precisato i requisiti e le modalità di accesso al regime di favore previsto dalla norma in esame, chiarendo, altresì, che i soggetti che rientrano in Italia dopo essere stati in distacco all’estero non possono fruire del beneficio di cui al citato art. 16 in considerazione della situazione di continuità con la precedente posizione lavorativa in Italia.
La posizione restrittiva, adottata finalizzata ad evitare un uso strumentale dell’agevolazione in esame, non in linea con la vis attrattiva della norma, non preclude, tuttavia, la possibilità di valutare specifiche ipotesi in cui il rientro in Italia non sia conseguenza della naturale scadenza del distacco ma sia determinato da altri elementi funzionali alla ratio della norma agevolativa.
Ciò si può verificare, ad esempio, nelle ipotesi in cui:
– il distacco sia più volte prorogato e, la sua durata nel tempo, determini quindi un affievolimento dei legami con il territorio italiano e un effettivo radicamento del dipendente nel territorio estero;
– il rientro in Italia del dipendente non si ponga in continuità con la precedente posizione lavorativa in Italia; il dipendente, pertanto, al rientro assume un ruolo aziendale differente rispetto a quello originario in ragione delle maggiori competenze ed esperienze professionali maturate all’estero.
In tali ipotesi, in presenza di tutti gli elementi richiesti dall’art. 16 del D.Lgs. n. 147 del 2015, si ritiene che le peculiari condizioni di rientro dall’estero dei dipendenti, rispondendo alla ratio della norma, non precludano ai lavoratori in posizione di distacco l’accesso al beneficio previsto dal citato art. 16.
In considerazione di quanto esposto, qualora il trasferimento del lavoratore in Italia sia da attribuire ad un nuovo ruolo di portata superiore rispetto al precedente grazie alle specifiche competenze maturate nelle esperienze lavorative all’estero, si ritiene che egli possa essere ammesso a fruire dell’agevolazione in argomento.

Obbligo di trasmissione telematica della CU ordinaria

Con la recente Risposta all’interpello n. 42 del 2018, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che, quando per un unico rapporto di lavoro dipendente vi sono due soggetti che erogano, rispettivamente, uno il trattamento principale e l’altro il trattamento accessorio, spetta al sostituto d’imposta principale effettuare le operazioni di conguaglio e predisporre la CU ordinaria completa, da consegnare al percipiente e trasmettere in via telematica all’Agenzia delle Entrate. In capo all’altro sostituto d’imposta resta l’obbligo di inviare all’Agenzia delle Entrate la CU per le somme accessorie corrisposte e le ritenute operate.

QUESITO

Con istanza di interpello è stato chiesto all’Agenzia delle Entrate di conoscere, con riferimento all’obbligo di trasmissione telematica della Certificazione Unica, la procedura corretta nell’ipotesi di un unico rapporto di lavoro con due distinti soggetti che erogano, rispettivamente, uno il trattamento principale (compensi e retribuzioni aventi carattere fisso e continuativo) e l’altro il trattamento accessorio (compensi e retribuzioni non aventi carattere fisso e continuativo).

RISPOSTA DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE

Preliminarmente, l’Agenzia delle Entrate osserva che le disposizioni riguardanti l’applicazione delle ritenute alla fonte sui compensi e le retribuzioni corrisposte dalle Amministrazioni dello Stato, disciplinano l’ipotesi in cui i soggetti che corrispondono compensi e retribuzioni non aventi carattere fisso e continuativo sono diversi dal sostituto d’imposta che corrisponde il trattamento principale (compensi e retribuzioni a carattere fisso e continuativo).
In tali ipotesi, nel corso dell’anno, ciascun sostituto d’imposta opera autonomamente le ritenute alla fonte in relazione agli emolumenti corrisposti al lavoratore.
Ai fini del conguaglio, però, i soggetti e gli altri organi che corrispondono compensi e retribuzioni non aventi carattere fisso e continuativo (trattamento accessorio) devono comunicare (entro la fine dell’anno e, comunque, non oltre il 12 gennaio dell’anno successivo) l’ammontare delle somme corrisposte, l’importo degli eventuali contributi previdenziali e assistenziali, compresi quelli a carico del datore di lavoro e le ritenute effettuate al sostituto d’imposta principale, il quale provvede alle operazioni di conguaglio (entro il 28 febbraio o entro due mesi dalla data di cessazione del rapporto, se questa è anteriore all’anno). Pertanto, spetta al sostituto d’imposta principale, rilasciare al lavoratore la Certificazione Unica (C.U.) contenente tutte le somme percepite (trattamento principale e trattamento accessorio) ed il relativo conguaglio d’imposta, e provvedere agli obblighi di trasmissione telematica della CU all’Agenzia delle Entrate.
Il sostituto d’imposta che ha erogato il trattamento accessorio, invece, non è tenuto a rilasciare la CU al percipiente; tuttavia, resta obbligato all’invio di una CU ordinaria all’Agenzia delle Entrate contenente i dati relativi alle somme erogate, avendo cura di barrare il punto 613. Tale barratura certifica che le informazioni contenute nella CU sono state inviate al sostituto principale, il quale ha provveduto a tenerne conto in sede di effettuazione delle operazioni di conguaglio e ad indicarle nella propria CU.
L’Agenzia delle Entrate ha precisato che tale disposizione deve ritenersi applicabile ogni qualvolta si sia in presenza di un unico rapporto di lavoro con due soggetti che erogano, rispettivamente, l’uno il trattamento principale e l’altro il trattamento accessorio.