Imputazione temporale dei ricavi da attività in appalto

Con Ordinanza n. 9977 del 15 aprile 2021, la Corte di Cassazione ha affermato che in tema di reddito d’impresa, con riferimento alle attività svolte sulla base di contratti di appalto, ai fini della determinazione del reddito in un determinato periodo d’imposta, concorrono esclusivamente i ricavi per i corrispettivi dei lavori ultimati, ossia per i quali sia intervenuta l’accettazione del committente, anche “tacita”.

La controversia ha origine dall’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate ha rettificato il reddito d’impresa contestando l’imputazione temporale dei corrispettivi riferiti opere realizzate nell’ambito di un appalto.
Nella fattispecie, la società aveva imputato i ricavi all’anno precedente quello oggetto di accertamento considerando ai fini dell’imputazione temporale l’ultimazione dei lavori, mentre l’Ufficio ha rettificato il periodo di competenza dei ricavi in considerazione dell’accettazione delle opere, ritenendola avvenuta nell’anno accertato.
I giudici tributari hanno ritenuto valida la tesi del Fisco, confermando la legittimità della pretesa tributaria.
La società ha impugnato la decisione rilevando:
– l’omesso esame del fatto che le opere realizzate nell’ambito dell’appalto erano state terminate nell’anno precedente a quello accertato per cui i ricavi erano riferibili a detto anno;
– l’omesso esame, ai fini del principio di competenza dei ricavi, della corretta imputazione temporale in considerazione della circostanza che l’accettazione delle opere doveva ritenersi avvenuta nell’anno con la richiesta di agibilità.

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari, rilevando la violazione delle norme generali sui componenti del reddito d’impresa (art. 109 del TUIR).
La norma stabilisce, in particolare, che i ricavi, le spese e gli altri componenti positivi e negativi, per i quali non sia disposto diversamente, concorrono a formare il reddito nell’esercizio di competenza.
Ai fini della determinazione dell’esercizio di competenza, i corrispettivi delle prestazioni di servizi si considerano conseguiti, e le spese di acquisizione dei servizi si considerano sostenute, alla data in cui le prestazioni sono ultimate, ovvero, per quelle dipendenti da contratti di locazione, mutuo, assicurazione e altri contratti da cui derivano corrispettivi periodici, alla data di maturazione dei corrispettivi.
In proposito la Corte Suprema ha affermato che, in virtù del principio di competenza nell’imputazione temporale dei componenti di reddito, avente carattere inderogabile, con riferimento ai contratti di appalto, concorrono alla formazione del reddito d’impresa, in un periodo determinato, esclusivamente i ricavi per i corrispettivi dei lavori ultimati, ossia per i quali sia intervenuta l’accettazione del committente, derivante dalla positiva esecuzione del collaudo o conseguente all’espressione, per “facta concludentia”, di una volontà incompatibile con la mancata accettazione (accettazione implicita).
Nella fattispecie, dunque, non può ritenersi corretta l’eccezione sollevata dalla società contribuente secondo cui l’imputazione dei redditi doveva coincidere con la data di ultimazione dei lavori tout court in considerazione dell’accettazione degli stessi da parte della stazione appaltante.
Secondo la Suprema Corte, invece, è fondata la deduzione della società contribuente riguardo all’omesso esame di una implicita accettazione delle opere in ragione della richiesta di agibilità da parte dell’appaltante avvenuta nell’anno in cui sono stati imputati i corrispondenti ricavi.
La richiesta di agibilità, infatti, integra quell’espressione, per “facta concludentia”, di una volontà incompatibile con la mancata accettazione, che segna dunque il momento in cui i corrispettivi assumono rilevanza fiscale.
A fronte dell’eccezione sollevata dalla parte, il giudice di merito ha il dovere di verificare che le prestazioni di servizio nell’esercizio di competenza siano non solo ultimate, ma che, in relazione alle stesse, sia intervenuto il relativo collaudo o, almeno, l’accettazione tacita, della prestazione, a prescindere dall’epoca di fatturazione.

Bonus R&S: via libera per i prototipi

La realizzazione di prototipi che costituiscono attività di sviluppo sperimentale rientrano nell’ambito del bonus ricerca e sviluppo e pertanto sono da ricomprendere tutte le spese di personale impiegato nell’attività e quelle sostenute per materiali e forniture direttamente impiegati nella realizzazione del prototipo (Agenzia Entrate – risposta 21 aprile 2021, n. 280).

Rientrano nel credito d’imposta R&S anche i prototipi aventi le seguenti caratteristiche: modello originale creato appositamente per l’esecuzione del progetto e non disponibile, quindi, come prodotto di serie né come unità di pre-produzione destinata all’ottenimento di certificazioni tecniche o giuridiche, che possiede le qualità tecniche essenziali e le caratteristiche di funzionamento del prodotto finale da realizzare e che permetta di effettuare le prove per apportare le modifiche necessarie e fissare le caratteristiche finali del prodotto.

La realizzazione dei suddetti prototipi costituisce attività di sviluppo sperimentale nell’accezione rilevante agli effetti del credito d’imposta.

Pertanto, sono da considerare eleggibili al credito d’imposta, in quanto rispondenti ai requisiti di pertinenza e congruità, le spese del personale interno direttamente impiegato nelle attività di “sviluppo sperimentale” e anche le spese per materiali e forniture direttamente impiegati nella realizzazione del prototipo.

Quanto alle spese sostenute per i consulenti esterni, possono essere considerati, nell’ottica della disciplina agevolativa, alla stregua di “personale esterno” (vale a dire, non avente un rapporto di lavoro subordinato con l’impresa) e che, tuttavia, contribuisce direttamente alle attività ammissibili svolte internamente dalla società (attività qualificabili cioè come attività “intra-muros”); tale “personale esterno”, può includere, peraltro, sia lavoratori autonomi operanti come consulenti, sia anche lavoratori dipendenti di altre imprese distaccati presso l’impresa impegnata nelle attività di ricerca e sviluppo.

Agevolazione prima casa: nessun ostacolo in presenza di immobile ereditato

È possibile avvalersi dell’agevolazione prima casa in relazione alla stipula di un nuovo atto di acquisto agevolato, in caso di possidenza di altro immobile ereditato situato nello stesso Comune, anche qualora quest’ultimo sia stato acquistato con le agevolazioni di cui all’art. 69, co. 3, L. n. 342/2000, sempre a condizione che si proceda alla vendita entro l’anno dell’immobile precedentemente acquistato (Agenzia Entrate – risposta 21 aprile 2021, n. 277).

L’agevolazione c.d. “prima casa” trova applicazione anche agli immobili trasferiti a titolo gratuito mortis causa o inter vivos, sia pure con riferimento alle sole imposte ipotecarie e catastali.
L’applicazione dell’agevolazione introdotta per l’acquisto a titolo gratuito non preclude la possibilità di fruire, in caso di successivo acquisto a titolo oneroso di altra abitazione, dei benefici riservati alla prima casa, per la diversità dei presupposti che legittimano l’acquisto del bene in regime agevolato.
Nel caso di specie, detta possibilità appare preclusa per la presenza nel territorio del comune in cui si intende procedere ad un nuovo acquisto agevolato a titolo oneroso, della titolarità di altra casa di abitazione.
Posta tale preclusione, va ricordato che il contribuente può fruire delle agevolazioni “prima casa”, nonostante sia titolare, nel Comune di residenza, di un altro immobile, precedentemente acquistato beneficiando delle agevolazioni. Tale nuova disciplina agevolativa riservata alla “prima casa” di abitazione trova applicazione anche con riferimento agli acquisti effettuati a titolo gratuito.
L’effetto che si produce a seguito dell’applicazione di tale particolare previsione introdotta in materia di sostituzione della “prima casa” è quello comunque di consentire al contribuente al termine dell’anno per l’alienazione la titolarità nello stesso comune di un solo immobile acquistato con le agevolazioni “prima casa”.
Pertanto, ricorrendo le altre condizioni di cui alla Nota II-bis, sia possibile avvalersi dell’agevolazione “prima casa” in relazione alla stipula di un nuovo atto di acquisto agevolato, in caso di possidenza di altro immobile situato nello stesso Comune, anche qualora quest’ultimo sia stato acquistato a titolo gratuito, sempre a condizione che si proceda alla vendita entro l’anno dell’immobile precedentemente acquistato a titolo gratuito.