Rimborso spese ai docenti in d.a.d.: trattamento fiscale

Le somme corrisposte dall’Ente al proprio personale scolastico a titolo di rimborso delle spese funzionali allo svolgimento della didattica a distanza (d.a.d.), documentate ed anticipate dai dipendenti per l’acquisto di dispositivi IT, per la connessione alla rete, per il consumo di toner e carta, costituiscono emolumenti esenti se l’ammontare del rimborso è determinato con modalità analitiche, sulla base di criteri oggettivi. L’istanza per chiedere tale rimborso è esente dall’imposta di bollo. (Agenzia delle Entrate – Risposta 3 dicembre 2021, n. 798).

Il caso esaminato dall’Agenzia delle Entrate riguarda il trattamento fiscale delle somme rimborsate dal datore di lavoro ai docenti in relazione alle spese da questi ultimi sostenute per lo svolgimento della didattica a distanza (d.a.d.).
Le somme corrisposte, in particolare, sono destinate a rimborsare le spese documentate e anticipate dal personale scolastico per l’acquisto di “dotazioni IT” e per i consumi funzionali allo svolgimento della didattica a distanza.
Il rimborso è erogato sulla base di apposita domanda degli aventi diritto.
L’ammontare del rimborso è determinato sulla base di criteri oggettivi ed analitici che permettono di determinare per ciascuna tipologia di spesa (dotazione IT, carta, toner, connessione internet) la quota di costi risparmiati dal datore di lavoro e sostenuti dal lavoratore. In particolare, per determinare tale importo, sono considerate le seguenti variabili:
– prezzo d’acquisto delle dotazioni IT;
– vita media utile delle dotazioni IT;
– “costo orario” dell’IT in funzione del rapporto delle due variabili precedenti (prezzo/vita media);
– costi risparmiati al datore di lavoro (carta, usura e manutenzione, connessione alla rete);
– ore di utilizzo dell’IT, sia per l’attività formativa che per quella aggiuntiva ad essa connessa.
Il metodo di determinazione del costo si fonda in parte, su dati statistici e ricerche di mercato (ad esempio, la quantificazione della vita media utile dei dispositivi IT e la quantificazione dei costi medi per il consumo della carta e per la connessione alla rete) e in parte sulla rilevazione dei dati concernenti le ore impiegate dal personale nella didattica a distanza. In base a tale metodo è determinato il “costo orario” delle dotazioni IT e il ” costo orario” collegato al risparmio per l’Ente per il mancato acquisto di carta, toner, manutenzione e internet.
Si chiede quale sia il trattamento fiscale applicabile al rimborso ai fini delle imposte sui redditi e alla domanda ai fini dell’imposta di bollo.

Secondo il principio di onnicomprensività del reddito di lavoro dipendente, sia gli emolumenti in denaro sia i valori corrispondenti beni, servizi ed opere offerti dal datore di lavoro ai propri dipendenti, costituiscono redditi imponibili e, in quanto tali, concorrono alla determinazione del reddito di lavoro dipendente.
Ne discende, in linea generale, che tutte le somme che il datore di lavoro corrisponde al lavoratore, anche a titolo di rimborso spese, costituiscono per quest’ultimo reddito di lavoro dipendente.
In relazione alla rilevanza reddituale dei rimborsi spese erogati dai datori di lavoro, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che:
– in generale, possono essere esclusi da imposizione quei rimborsi che riguardano spese, diverse da quelle sostenute per produrre il reddito, di competenza del datore di lavoro anticipate dal dipendente (ad esempio, per l’acquisto di beni strumentali di modico valore, quali la carta per la fotocopiatrice o la stampante, le pile della calcolatrice, etc.);
– non concorrono alla formazione della base imponibile del dipendente, le somme che non costituiscono arricchimento per il lavoratore (ad esempio, gli indennizzi ricevuti a mero titolo di reintegrazione patrimoniale) e le erogazioni effettuate per un esclusivo interesse del datore di lavoro;
– non sono da assoggettare a tassazione come reddito di lavoro dipendente, le somme rimborsate ai telelavoristi per i costi del collegamento telefonico, essendo sostenute dal dipendente in telelavoro per raggiungere le risorse informatiche del datore di lavoro e, quindi, per poter espletare l’attività lavorativa.
Le spese sostenute dal lavoratore e rimborsate dal datore in modo forfetario sono escluse dalla base imponibile “solo” nell’ipotesi in cui il legislatore abbia previsto un criterio volto a determinarne la quota che, dovendosi ritenere riferibile all’uso nell’interesse del datore di lavoro, può essere esclusa dall’imposizione.
Qualora il legislatore non abbia provveduto ad indicare un criterio ai fini della determinazione della quota esclusa da imposizione, al fine di evitare che il rimborso concorra alla determinazione del reddito di lavoro dipendente, i costi sostenuti dal dipendente nell’esclusivo interesse del datore di lavoro devono essere individuati sulla base di elementi oggettivi, documentalmente accertabili.

L’Agenzia delle Entrate ha osservato che nel caso esaminato, il rimborso riconosciuto dall’Ente ai dipendenti per l’utilizzo dei dispositivi IT si basa su parametri oggettivi diretti a determinare i costi risparmiati dall’ente che, invece, sono stati sostenuti dal dipendente nell’espletamento della propria attività lavorativa.
Pertanto, in ragione della modalità di determinazione analitica delle somme, le somme erogate a titolo di rimborso ai docenti in d.a.d. devono ritenersi non imponibili ai fini IRPEF.

Per quanto riguarda l’applicazione dell’imposta di bollo alla domanda presentata dal dipendente per ottenere il rimborso, l’Agenzia delle Entrate ha osservato che si tratta di rimborsi relativi a spese che il dipendente sostiene non nel proprio personale interesse, ma in quello del proprio datore di lavoro. Pertanto, la domanda deve ritenersi riconducibile all’ipotesi contemplata dalla nota 3 all’articolo 3 della Tariffa allegata d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 642, che stabilisce l’esenzione per le istanze concernenti rapporti di impiego prodotte dai dipendenti degli uffici controindicati alla amministrazione competente.

Se documentate, niente tassazione sulle anticipazioni del professionista

Le anticipazioni del professionista in nome e per conto del cliente non subiscono nessuna tassazione se sono documentare analiticamente in riferimento ad ogni operazione (Corte di cassazione – ordinanza 25 novembre 2021, n. 36584).

Le somme dovute a titolo di rimborso delle anticipazioni fatte in nome e per conto della controparte non concorrono a formare la base imponibile, purché regolarmente documentate.
Il caso di specie ha riguardato l’insussistenza della relativa pretesa erariale in ragione del fatto che alcune fatture recavano l’indicazione di spese anticipate per un importo superiore a quello documentato, mentre altre un importo inferiore, con il risultato algebrico di una neutralizzazione degli errori e l’assenza di un’influenza sulla determinazione degli imponibili.
In tal caso, la ratio della esclusione di dette somme dal computo della base imponibile è evidente, trattandosi di semplici partite di giro che, come tali, non hanno natura di corrispettivo per la prestazione del servizio.
Presupposto indispensabile per l’esclusione delle anticipazioni dalla base imponibile è che le stesse siano regolarmente documentate, situazione che non ricorre nel caso di specie in cui la Commissione regionale ha accertato l’irregolare documentazione delle stesse, in relazione alla mancata corrispondenza degli importi indicati nelle fatture con quelli emergenti dalla documentazione di sostegno.
La valutazione della regolare documentazione delle spese per anticipazioni va, infatti, operata con riferimento alle singole operazioni cui le stesse accedono e non può essere fatta globalmente con riferimento a tutte le operazioni di un singolo periodo di imposta, pena la obliterazione del requisito previsto dal legislatore della regolarità della documentazione.

Nazionalizzazione società estera: partita IVA attribuita alla stabile organizzazione

È stata ammessa la possibilità per una stabile organizzazione di una società italiana trasferitasi all’estero, di continuare ad operare in continuità in Italia con il codice fiscale e la partita IVA già appartenuti alla società (Agenzia delle ENTRATE – Risposta 03 dicembre 2021, n. 800).

Nel caso di specie, l’istante, società di somministrazione del personale, dichiara di aver chiesto ed ottenuto nel 2018 il riconoscimento a somministrare il personale anche sul territorio italiano; per adempiere agli obblighi fiscali e contributivi correlati alla citata attività ha, dunque, costituito una stabile organizzazione in Italia.
Per motivi di strategia aziendale, l’istante intende ora trasferire la propria sede legale in Italia e, a tal fine, chiede di sapere se sia necessario sostituire la partita IVA italiana attualmente in uso (già attribuita alla stabile organizzazione), oppure se possa continuare ad utilizzarla.
Nell’ambito dell’ordinamento nazionale non esiste una norma che disciplini espressamente il trasferimento della sede legale di una società all’estero e viceversa. Tuttavia, in ossequio al principio di reciprocità previsto dall’articolo 16 delle preleggi del Codice Civile – a mente del quale alle società straniere sono riconosciuti gli stessi diritti previsti per le società italiane se il loro paese d’origine riconosce tali diritti anche in favore delle società italiane – nonché di quanto disposto dall’articolo 25, comma 3 della legge 31 maggio 1995, n. 218 – secondo cui «I trasferimenti della sede statutaria in altro Stato e le fusioni di enti con sede in Stati diversi hanno efficacia soltanto se posti in essere conformemente alle leggi di detti Stati interessati» – da un punto di vista civilistico, il trasferimento della sede legale in Italia di un soggetto estero può avvenire in continuità giuridica, senza generare alcuna estinzione o liquidazione, purché tale continuità sia riconosciuta anche nello Stato estero di provenienza, ovvero è necessario che il trasferimento della sede legale all’estero non costituisca in detto Paese un evento estintivo (cfr la risoluzione n. 9 del 17 gennaio 2006).
Pertanto, una volta appurata la possibilità di nazionalizzare la società estera, con sede legale in , in regime di continuità, e fatti salvi gli effetti ai fini dell’imposizione diretta e indiretta di tale operazione di riorganizzazione aziendale transfrontaliera, per l’Agenzia non si ravvisano specifici impedimenti all’utilizzo da parte della società trasferita della partita IVA già attribuita alla sua stabile organizzazione in Italia, previa la comunicazione delle eventuali modifiche da eseguire ai sensi dell’articolo 35 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633.
Tale soluzione è, peraltro, in linea con quanto già detto con le risposte ad interpello n. 73/2018 e n. 336/2020, ove, specularmente, è stata ammessa la possibilità per una stabile organizzazione di una società italiana trasferitasi all’estero, di continuare ad operare in continuità in Italia con il codice fiscale e la partita IVA già appartenuti alla società.
Resta, in ogni caso, impregiudicato ogni potere di controllo dell’amministrazione finanziaria volto a verificare se lo scenario delle operazioni descritte nell’istanza di interpello, per effetto anche di eventuali altri atti, fatti o negozi ad esso collegati e non rappresentati, possa integrare un situazione diversa da quella descritta.